Guida sul diritto musulmano dei paesi islamici (2)

Diritto musulmano e islamico

( Approvato dalla Commissione Affari Europei e Internazionali il 13-01-2021 )

PARTE II – ISLAM E DIRITTO DI FAMIGLIA

Il diritto islamico classico riconosce e tutela solo la famiglia legittima, basata su un vincolo di sangue, fondata sulla discendenza maschile, all’interno della quale l’uomo gode di potestà matrimoniale e genitoriale, da cui deriva il diritto di correzione rispetto alla moglie ed ai figli, secondo regole strettamente patriarcali.

Nella Shari’a (la legge religiosa islamica) il matrimonio non è un sacramento, ma invece è:
– un contratto bilaterale, di diritto civile, consensuale, formale
– monoandrico e poliginico
– preparato da due «notai» (‘adul)
– firmato dagli sposi (ma non personalmente dalla sposa!)
– con la presenza di due testimoni
– non è necessaria una celebrazione pubblica
– è soggetto a trascrizione in un apposito registro tenuto in tribunale
– si perfeziona con lo scambio dei consensi, tranne in alcuni Paesi nei quali si perfeziona nel momento della consumazione (assimilata alla presa di possesso dei contratti reali).

La donna manifesta il suo consenso attraverso un tutore matrimoniale musulmano, chiamato Wali (che può essere il padre, un parente prossimo maschio o un giudice). Il matrimonio imposto dal padre, che decide a sua discrezione (jabr), esiste ancora in taluni paesi ad eccezione di Marocco, Tunisia, Algeria, nei quali è per lo più abolito.

Elementi essenziali per la validità del contratto di matrimonio sono:

1. il consenso
2. la consumazione
3. la dote o somma versata dal marito alla moglie, che ne può liberamente disporre.

Condizioni apponibili al contratto matrimoniale o con accordi separati anche successivi:
– impegno del marito alla monogamia
– impegno del marito a non trasferire il domicilio coniugale fuori dalla città di origine
– permesso alla moglie di esercitare una professione o partecipare alla vita pubblica,
rispetto religioso).
La violazione dà diritto alla moglie al risarcimento dei danni (quasi mai al divorzio).


RAPPORTI PERSONALI TRA CONIUGI

Il Corano recita: «Gli uomini sono preposti alle donne, perché Dio ha prescelto alcuni esseri sugli altri e perché essi donano dei loro beni per mantenerle. Le donne devote sono dunque devote a Dio e sollecite della propria castità, così come Dio è stato sollecito di loro; quanto a quelle di cui temete atti di disobbedienza, ammonitele, poi lasciatele sole nei loro letti, poi battetele; ma se vi ubbidiranno, allora non cercate pretesti per maltrattarle; chè Iddio è grande e sublime» (IV, 34).

Diritti del marito: al marito spettano i diritti di autorità maritale e di avere rapporti sessuali leciti. La donna è soggetta alla direzione del marito, il quale ha potere correzionale, diritto di decidere se e quali persone la moglie potrà frequentare al di fuori dei parenti stretti; diritto alla fedeltà.

Doveri del marito: il marito ha l’obbligo di pagare la dote, di consumare il matrimonio, di mantenimento della moglie (inteso come comprensivo di cibo, vestiario, alloggio) secondo le effettive disponibilità economiche e solo dopo che il matrimonio sia stato consumato, di coabitazione, il dovere di essere equo e trattare allo stesso modo ognuna delle sue mogli, anche sotto il profilo della soddisfazione sessuale.

Nulla è previsto riguardo alla fedeltà del marito……

Diritti della sposa: la sposa ha il diritto al donativo nuziale obbligatorio ed al mantenimento (anche se personalmente ricca), il diritto all’uguaglianza di trattamento con le altre spose, il diritto di essere autorizzata a rendere visita ai sui genitori e riceverli, la libertà di disporre del suo patrimonio personale.

Doveri della sposa: la sposa deve:
– obbedienza al marito e rispetto della potestà,
– abitare col marito
– concedersi al marito, salvo perdere alimenti o risoluzione del vincolo coniugale,
– seguirlo ovunque egli voglia trasferire la dimora (salvo contrarie clausole del contratto
matrimoniale),
– non uscire dal domicilio coniugale senza il suo consenso,
– non mostrarsi in pubblico senza velo,
– non ricevere estranei in casa salvo parenti stretti con cui è vietato il matrimonio e fanciulli impuberi (fino a 7 anni),
– non lavorare fuori dalle mura domestiche senza il consenso del marito.

RAPPORTI PATRIMONIALI TRA CONIUGI

Il matrimonio islamico prevede il regime inderogabile di netta separazione dei beni: ognuno dei coniugi conserva la proprietà e la disponibilità dei beni che possedeva al momento del matrimonio e di quelli che acquista in seguito.

E’ esclusa invece la possibilità di scegliere il regime della comunione dei beni.
Salvo poche eccezioni, la donna sposata ha la libera amministrazione del proprio patrimonio (comprensivo della dote) e può disporne come crede, senza che occorra l’autorizzazione del marito.

IL MATRIMONIO crea un vincolo ereditario: finché sussiste il vincolo nuziale, il coniuge superstite è annoverato tra gli eredi legittimi, salvo i seguenti casi di:
– moglie non musulmana
– matrimonio dichiarato nullo
– matrimonio divenuto irrevocabile per spirare del termine del ritiro legale.

La POLIGAMIA, intesa come pratica che consente a maschi e femmine di sposare un numero
illimitato di coniugi contemporaneamente, è un istituto che si concretizza in due possibili diverse
modalità:

  • la poliginia che consente al solo uomo di avere più di una moglie.
  • la poliandria in cui una donna può sposare più di un uomo.

Nell’ ISLAM il matrimonio è un contratto privato, monoandrico e poliginico: è vietata la poliandria, mentre è consentito al solo uomo di avere più di una moglie, fino a un massimo di quattro (Corano 4,3) l’una a distanza dall’altra, mogli che devono essere trattate in modo uguale.

2 Indipendentemente dalle regole vigenti nel mondo musulmano, nel nostro diritto interno italiano trovano invece applicazione le regole del nostro ordinamento. Così la Suprema Corte ha avuto più volte occasione di pronunciarsi sul matrimonio di cittadini italiani contratto all’estero. Si ricorda Cass. Civ. Sez I, 02/03/1999, n. 1739: nel regime anteriore all’entrata in vigore della legge 31/5/1995 n. 218 (Riforma del diritto internazionale privato) il matrimonio celebrato da cittadini italiani all’estero, secondo le forme ivi stabilite, qualora sussistano i requisiti sostanziali previsti dal nostro ordinamento relativamente allo stato e capacità delle persone, è immediatamente valido e rilevante anche in Italia, senza che rilevi, in senso contrario, il fatto che quel matrimonio, secondo l’ordinamento nel quale è contratto, presenti caratteristiche contrarie all’ordine pubblico interno e al buon costume (quali la poligamia e il ripudio).

3 Cass. civ. Sez. VI, – 1, Ordinanza 28/02/2013, n. 4984: in tema di ricongiungimento familiare del cittadino straniero, il divieto di cui all’art. 29, coma 1 ter, del D. lgs. n. 286/1998, con riguardo alle richieste proposte a favore del coniuge di un cittadino straniero, già regolarmente soggiornante, con altro coniuge in Italia, opera oggettivamente a prescindere dalle qualità soggettive del richiedente, mirando ad evitare l’insorgenza, nel nostro ordinamento, di una condizione di poligamia, contraria all’ordine pubblico anche costituzionale.

Il Corano così recita: «E se temete di essere ingiusti nei confronti degli orfani, sposate allora due o tre o quattro tra le donne che vi piacciono; ma se temete di essere ingiusti, allora sia una sola o le ancelle che le vostre destre possiedono, ciò è più atto ad evitare di essere ingiusti» (IV, 3).

Poiché per ogni donna sposata l’uomo deve essere in grado di pagare la dote, senza intaccare i diritti matrimoniali delle precedenti mogli, l’esercizio di tale facoltà è correlata alle condizioni economiche.

La poligamia è prevista in tutti i codici, ad eccezione di alcuni paesi dove è abolita (Turchia nel 1926, Albania, Tunisia) o di altri dove invece sono introdotte notevoli restrizioni (Egitto, Siria, Iraq, Algeria).

Le soluzioni adottate per scoraggiare la poligamia sono:
a) riconoscere alla donna la facoltà di inserire, nel contratto matrimoniale, la clausola che escluda un nuovo matrimonio, salvo riconoscerle il diritto di chiedere il divorzio, conservando la dote (Giordania, Marocco)
b) riconoscere alla donna il diritto di chiedere il divorzio (Algeria)
c) subordinare la possibilità del marito di sposare un’altra donna all’adempimento di determinate condizioni che un giudice dovrà valutare (Siria, Iraq, Libia)

E’ vietato il matrimonio contemporaneamente con due mogli imparentate tra loro.
Un uomo mulsulmano può sposare una donna musulmana o una donna del Libro (cristiana o ebrea)
La donna non musulmana che sposa un musulmano non ha alcun obbligo di conversione all’ISLAM, in quanto il diritto musulmano le consente di continuare a professare la sua religione.
La donna musulmana non può sposare un uomo appartenente ad altre religioni o un miscredente, a pena di nullità del matrimonio, salvo il caso in cui l’uomo sia disposto a sottoscrivere la dichiarazione di fede islamica.

Non è ammesso il matrimonio con pagani.
Si tratta di regole presenti non ovunque: sono in vigore in alcuni paesi (Algeria, Marocco ed Egitto), mentre in altri come la Tunisia, ad esempio, il codice civile tace, ma i matrimoni misti sono accettati solo se fatti all’estero.

Il matrimonio concluso in Italia (ovviamente solo davanti all’ufficiale di stato civile!) è in genere riconosciuto nel mondo arabo. Fa eccezione il Marocco, che non riconosce i matrimoni contratti da un cittadino all’estero, siano essi misti o tra due musulmani, salvo regolarizzazione.
Il matrimonio tra una musulmana e un non musulmano non sarà mai riconosciuto nel paese d’origine, se in esso vige una legislazione basata sui principi dell’ISLAM.

Costituiscono elementi di validità per l’ordinamento marocchino di un matrimonio celebrato in Italia:
— la presenza di due testimoni musulmani
— la certificazione (anteriore al matrimonio) della conversione dello sposo all’ ISLAM
— la sottoscrizione della dote
— l’assenza di impedimenti matrimoniali

Il Ripudio, abolito in Algeria e Tunisia, è invece previsto nella gran parte degli ordinamenti giuridici arabo-islamici, prevedendo la possibilità riservata all’uomo di sciogliere il matrimonio con un atto.
Proprio in tema di ripudio unilaterale pronunciato da un’autorità religiosa (il tribunale sciaraitico palestinese), si è pronunciata la I sezione civile della Corte di Cassazione, con sentenza in data 7 agosto 2020, n. 16804.

Si tratta di un giudizio tra due coniugi legati da matrimonio contratto in Palestina ed aventi doppia nazionalità (italiana e giordana), promosso dalla moglie, al fine di sentire ordinare la cancellazione della trascrizione, nei registri dello stato civile italiano, della sentenza non definitiva emessa, dal tribunale scaraitico di Nablus Occidentale, in Palestina, in sua assenza, di scioglimento del matrimonio sciaraitico celebrato nel 1992 ed in relazione al quale il marito aveva esercitato il c.d. ripudio unilaterale.

La Corte di appello di Roma, con sentenza n. 7464/2016, accogliendo il ricorso della moglie, aveva dichiarato che, sia la sentenza non definitiva del tribunale palestinese pronunciata nel luglio 2012, che poi quella successiva definitiva di novembre 2012, non avevano i requisiti di legge per il riconoscimento della loro efficacia in Italia, ordinando così la cancellazione della trascrizione effettuata a margine dell’atto di matrimonio.

Il marito ha proposto ricorso per Cassazione contro la suddetta decisione di Corte di appello.

Con ordinanza interlocutoria n. 6161/2019, la Suprema Corte aveva rinviato la causa a nuovo ruolo, disponendo l’acquisizione, tramite il Ministero della Giustizia, di informativa sulla legge processuale straniera (palestinese nel caso specifico) applicabile al divorzio.

La decisione della Suprema Corte, che è anche l’occasione di una completa ed interessante ricognizione sullo stato della giurisprudenza di merito e di legittimità circa il riconoscimento in Italia del ripudio islamico, è nel senso di rigettare il ricorso proposto dal marito contro la decisione della Corte di appello, sulla base di una serie di motivazioni, che hanno portato alla fissazione del seguente principio di diritto:

“Una decisione di ripudio emanata all’estero da un’autorità religiosa (nella specie tribunale sciaraitico), seppure equiparabile, secondo la legge straniera, ad una sentenza del giudice statale, non può essere riconosciuta all’interno dell’ordinamento giuridico statuale italiano a causa della violazione dei principi giuridici applicabili nel foro, sotto il duplice profilo dell’ordine pubblico sostanziale (violazione del principio di non discriminazione tra uomo e donna; discriminazione di genere) e dell’ordine pubblico processuale (mancanza di parità difensiva e mancanza di un procedimento effettivo svolto nel contraddittorio reale”.

La Suprema Corte ha avuto modo di giungere alla suddetta conclusione dopo avere comunque accertato, attraverso le informative ricevute, che la pronuncia del tribunale sciaraitico in esame proviene da un tribunale religioso, al quale sono rimesse le “questioni fra musulmani”, ed è riconosciuta dallo Stato di provenienza, trattandosi di tribunali inglobati nella compagine statuale ed autorizzati dallo Stato all’esercizio di funzioni giurisdizionali in determinate materie, quali lo statuto della famiglia.

Le motivazioni che sono alla base della decisione della Suprema Corte possono così sintetizzarsi:

– la compatibilità con il principio di ordine pubblico, ai sensi della legge n. 218/1995, va identificato non tanto e non solo con il cd. ordine pubblico interno (ossia con qualsiasi norma imperativa dell’ordinamento civile), “bensì con quello di ordine pubblico internazionale, costituito dai principi fondamentali e caratterizzanti l’atteggiamento etico-giuridico in un determinato periodo storico”, rinviando sul punto anche a Cass. N. 17349/2002 e, da ultimo a Cass. S.U. n. 12913/2019);

– nel concetto di ordine pubblico rientrano il principio di uguaglianza ed il divieto di discriminazione tra i sessi, nonché il diritto di difesa ed il principio per il quale il matrimonio può sciogliersi solamente al ricorrere del presupposto dell’accertamento del disfacimento della comunione di vita famigliare e nella specie tali principi non risultano rispettati;

— sotto il profilo civilistico la decisione richiama gli artt. 2, 3 e 29 della Costituzione, l’art. 14 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (divieto di discriminazione), l’art. 5, settimo protocollo addizionale della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo (uguaglianza degli sposi), l’art. 16 della Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, ratificata dall’Italia nel 1985;

— sotto il profilo processuale la decisione trova fondamento negli artt. 111 Costituzione e 6 della CEDU, che prescrive l’esigenza di un processo equo ed in condizioni di parità sostanziale e processuale tra le parti, oltre a sottolineare come, nel caso in esame, non risulti rispettato il diritto di difesa della moglie, né vi sia garanzia di effettività del contraddittorio.

Si rinvia per ulteriori commenti sul caso in esame, alla rubrica “Il Cannocchiale sull’ internazionale” CNN Notizie n. 150 del 7 agosto 2020 e CNN Notizie n. 160 del 4 settembre 2020. unilaterale di volontà, non recettizio, che può essere perfezionato anche senza che la moglie ne sia a conoscenza.

E’ generalmente ammessa la clausola del contratto matrimoniale che consenta alla sposa la facoltà
di richiedere il ripudio.

Il Divorzio. Nel codice marocchino, la donna può chiedere il divorzio giudiziale per mancato mantenimento, malattie non dichiarate, sevizie fisiche, abbandono del tetto coniugale.
Nel codice algerino è previsto il divorzio consensuale o per iniziativa del marito. La donna può chiederlo per grave comportamento immorale del marito.

Nel codice tunisino è prevista l’uguaglianza tra uomo e donna riguardo al divorzio.
Apostasia è un’altra possibilità di dissoluzione del matrimonio. In alcuni paesi determina la perdita di tutti i diritti civili e implica talora anche sanzioni penali.
Nel codice marocchino il matrimonio diventa nullo se uno dei due coniugi abbandona la religione islamica.
Omosessualità è un delitto sia tra uomini che tra donne, punito, a seconda dei casi, talora anche con 100 frustate oppure con la morte.


LA FILIAZIONE

Il padre ha il potere assoluto sui figli, è responsabile ultimo della loro educazione, ne ha la rappresentanza legale. Il mantenimento grava interamente sul marito.
Alla madre spetta la cura e la custodia domestica del bambino fino a 5-6 anni. Solo se è musulmana può occuparsi dei figli, sotto la direzione del padre e comunque solo fino alla maggiore età. In caso di ripudio i figli sono affidati al padre.

Figli nati da un matrimonio misto devono diventare musulmani.
Obblighi dei figli: i figli devono assoluta obbedienza ai genitori, che però hanno l’obbligo del mantenimento. Nel diritto marocchino, i figli in grado di lavorare hanno il dovere di supportare la famiglia.

Corte di giustizia dell’Unione europea Sez. I, Sent. 20/12/2017, n. 372/16: (Soha Sahyouni c./ Raja Mamisch): la nozione di divorzio di cui al Regolamento UE n. 2201/2003 ricomprende unicamente i divorzi pronunciati da un’autorità giurisdizionale statale, da un’autorità pubblica o con il suo controllo.
Di conseguenza la dichiarazione unilaterale di divorzio resa da uno dei coniugi dinanzi a un tribunale religioso non ricade nella sfera di applicazione ratione materiae di detto regolamento.
In tema di responsabilità dell’educazione dei figli, si ricorda la sentenza della Cass. civ. in data 27/02/1985, n. 1714, che si è pronunciata in tema di separazione tra coniugi di diversa religione (nella specie la moglie cattolica ed il marito musulmano).

Il credo professato non rientra tra le componenti del giudizio sulla attitudine a curare convenientemente l’interesse della prole, pur se, una volta scelto l’affidatario, astraendo dalla sua professione religiosa, le decisioni relative al se e come orientare l’educazione religiosa dei figli devono essere adottate da entrambi i genitori (salva, nel caso di persistente contrasto, l’attribuzione della scelta ad uno di essi da parte del giudice).

L’adozione è espressamente vietata dal Corano (33, 4-5) perché rescinde i legami tra il minore abbandonato e la famiglia di origine. Solo in Tunisia è ammessa per legge.
Esiste tuttavia la Kafala, ossia il contratto fra i genitori e una terza famiglia, che si impegna a mantenere il bambino, senza che i genitori debbano rimborsare le spese.

Tra le numerose sentenze in materia di Kafala, si ricordano le seguenti.

Cass. civ. Sez. I, Sent. 04/11/2005, n. 21395: i soggetti che abbiano in custodia in Italia un minore cittadino marocchino in base all’istituto della kafala, non sono legittimati a proporre opposizione avverso la dichiarazione dello stato di adottabilità pronunciata dal tribunale per i minorenni.

Cass. civ. Sez. I, Sentenza 20/03/2008, n. 7472 Ministero degli Esteri c. C.A.: la Kafala costituisce l’unico istituto di protezione previsto dagli ordinamenti islamici nei confronti dei minori orfani, illegittimi o abbandonati. Può fungere da presupposto per il ricongiungimento familiare.

Cass. civ. Sez. I, Sentenza 02/02/2015, n. 1843: l’istituto della kafala negoziale, quando sia assoggettata ad un controllo da parte della pubblica autorità sulla sua conformità all’interesse superiore del minore, non contrasta con l’ordine pubblico italiano.

Cass. civ. Sez. I, Sentenza 23/09/2011, n. 19450: è inammissibile la domanda ex artt. 66 e 67 della legge 31/5/1995, N. 218, di riconoscimento in Italia del provvedimento di affidamento in kafala di un minore in stato di abbandono, ad una coppia di coniugi italiani, emessa in Marocco dal Tribunale di prima istanza di Casablanca, in quanto l’inserimento di un minore straniero, in una famiglia italiana, può avvenire esclusivamente in applicazione della disciplina dell’adozione internazionale.

Cass. civ. Sez. Unite, sentenza 16/09/2013, n. 21108 -M.S. c. Consolato Generale d’Italia in Casablanca.
Nell’ambito del diritto internazionale, l’istituto della Kafala, tipico del diritto islamico, si fonda sul divieto coranico dell’adozione: in ossequio al precetto che obbliga ogni buon musulmano ad aiutare i bisognosi ed in particolare gli orfani, la kafala consente ad una coppia di coniugi o anche a una persona singola, di custodire ed assistere minori orfani o abbandonati con l’impegno di mantenerli, educarli ed istruirli come se fossero figli propri fino al raggiungimento della maggiore età.

L’affidato non entra a far parte, giuridicamente, della famiglia che lo accoglie e all’affidatario non sono riconosciuti poteri di rappresentanza o di tutela che rimangono invece attribuiti alle pubbliche autorità competenti.

La Kafala è disciplinata in maniera più o meno dettagliata e diversificata nei vari Paesi islamici.

Nella maggior parte di essi sono previsti una dichiarazione di abbandono, l’accertamento dell’idoneità dell’aspirante affidatario ed un provvedimento emesso all’esito di procedura giudiziaria.
Si tratta della c.d. Kafala pubblicistica, anche se vi è la possibilità, nella pratica poco utilizzata, che l’affidamento in kafala sia l’effetto di un accordo tra affidanti ed affidatari, siglato innanzi al giudice o al notaio, ed omologato da un’autorità giurisdizionale.

La Suprema Corte sottolinea come, in tutti i procedimenti amministrativi e giurisdizionali volti all’attuazione del diritto all’unità familiare e riguardanti i minori (come il ricongiungimento del minore extracomunitario al cittadino italiano), deve prendersi in considerazione, con carattere di priorità, l’interesse primario del fanciullo, conformemente a quanto previsto dall’art. 3 della Convenzione sui diritti del fanciullo, resa esecutiva con la legge n. 176 del 1991.

La disciplina del ricongiungimento del minore extracomunitario al cittadino italiano al quale sia affidato in Kafala si rinviene esclusivamente nel D.Lgs. n. 30 del 2007, a norma del quale, se il minore straniero affidato al cittadino italiano con provvedimento di kafala non può rientrare nella nozione di “discendente”, implicante un rapporto parentale fondato sulla realtà biologica o anche su quella giuridica dell’adozione legittimante, non si ravvisa alcun impedimento a comprenderlo nell’ambito degli “altri familiari”, di cui al comma 2°, lettera a), dell’art. 3 del D.Lgs. n. 30 del 2007, per i quali il cittadino italiano residente in Italia può chiedere il ricongiungimento se è a carico, ovvero convive nel paese di provenienza del cittadino extracomunitario o per gravi motivi di salute.

Corte giustizia Unione Europea Grande Sez., 26/03/2019, n. 129/18 SM c. Entry Clearance Officer e altri. La nozione di «discendente diretto» di un cittadino dell’Unione europea, contenuta nell’articolo 2, punto 2, lettera c), della direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, (relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri) deve essere interpretata nel senso che essa non ricomprende un minore posto sotto la tutela legale permanente di un cittadino dell’Unione a titolo della kafala algerina, in quanto tale sottoposizione non crea alcun legame di filiazione tra di loro.

Tuttavia è compito delle autorità nazionali competenti agevolare l’ingresso e il soggiorno di un minore siffatto in quanto altro familiare di un cittadino dell’Unione, procedendo ad una valutazione equilibrata e ragionevole di tutte le circostanze pertinenti del caso di specie, che tenga conto dei diversi interessi presenti e, in particolare, dell’interesse superiore del minore in questione.

Nell’ipotesi in cui, in esito a tale valutazione, fosse stabilito che il minore e il suo tutore, cittadino dell’Unione, sono destinati a condurre una vita familiare effettiva e che tale minore dipende dal suo.

La Kafala si sostanzia nell’impegno, assunto da un adulto, di farsi carico (al posto del genitore) del mantenimento, dell’educazione e della protezione di un minore, ed anche – pare per alcuni ordinamenti – di assumerne la tutela legale.
La kafala non conferisce al tutore lo status di erede e cessa al raggiungimento della maggiore età del minore ed è revocabile su richiesta dei genitori biologici o del tutore.

La filiazione paterna è riconosciuta solo se proviene da un rapporto lecito: non esiste nessun grado di parentela naturale fuori dal matrimonio. La madre non può chiedere l’accertamento della paternità naturale.

E’ ammesso invece il riconoscimento di paternità da parte del padre, purché non si faccia cenno al concepimento illecito. La sentenza straniera che accerti la paternità del cittadino di uno Stato del Nord Africa non è valida nel suo paese di origine.

— continua nella parte (3) —

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